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    Intervista a Valerio Carbone

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    Intervista a Valerio Carbone

    Intervista a Valerio Carbone

    Autore del libro “Ordalia – La disciplina del tempo”

    Chi è Valerio Carbone?

    Intervista a Valerio Carbone
    Valerio Carbone

    Valerio Carbone è psicologo, psicoterapeuta e dottore di ricerca (Ph.D.) in filosofia. Vanta oltre 12 anni di collaborazioni nel mondo dell’editoria. Ha rivestito il ruolo di  di editore indipendente, redattore, ghostwriter, coach writer e talent scout. Dal 2019 è responsabile del progetto divulgativo “Scrittura Efficace” attraverso cui ha pubblicato il manuale “I segreti della scrittura emotiva”. Egli ha curato la terza edizione dell’”Agenda per scrittrici e scrittori” (entrambe riedite per Edizioni Efesto nel 2023).

    Ha collaborato con l’Istituto Armando Curcio e con Edulia Masterclass Treccani in qualità d’insegnante di scrittura creativa. Tra le opere di narrativa pubblicate, i romanzi “Il mercante d’acqua” (Edizioni Haiku, 2015) e “Una messa in scena posticcia” (Edizioni Efesto, 2021). Come autore musicale ha prodotto il disco di canzoni inedite “Wittgenstein-Haus” (2012) e il concept industrial-transition “Per quel che vale” (2023).

    Fonte: EdizioniEfesto.it

    Intervista di Sara Coppola

    Come immagina che i lettori interagiranno con le sue poesie?

    “Ordàlia” fu apprezzata tantissimo quando uscì per la prima volta nel 2017. Ha avuto un grande seguito, è stata oggetto di discussioni e di considerazione fra gli addetti ai lavori. I lettori mi hanno sempre lasciato feedback importanti che ho, a mia volta, apprezzato. E anche se può sembrare paradossale da un’operetta così minimale (parliamo di appena 33 liriche) è stato tratto uno spettacolo teatrale interattivo e multimediale che ha saputo conciliare parola, musica, danza, movimento e installazioni video.

     

    Come ha visto evolversi il suo stile poetico nel corso degli anni?

    “Ordalia” e “La disciplina del tempo” sono opere che raccolgono in realtà l’intera o quasi mia produzione poetica. Le prime poesie sono state scritte a fine 2016 e le ultime nel 2018. Una scrittura quasi incessante di due e mezzo che ha portato a galla tanto lavoro inespresso.

     

    Com’è nata la collaborazione con il musicista Fabio Aiello per l’album “Per quel che vale”?

    Per caso. Ci siamo conosciuti su un campo di tennis nel 2022. In quel periodo avevo organizzato una serata-evento per risalire su un palco dopo tanti anni con lo scopo di leggere alcune cose e proporre alcune canzoni del mio disco “Wittgenstein-Haus” uscito nel 2012 e che “festeggiava” appunto dieci anni di vita. Fabio è venuto a vedermi, gli sono piaciute le mie cose e mi ha proposto una collaborazione. Gli ho detto di sì ed è stato un anno di lavoro intenso, divertente e assolutamente gratificante. Sono molto contento di questo progetto e delle liriche del disco che in buona parte riprendono le poesie di cui stiamo parlando.

     

    Come ritiene che la musica possa arricchire o interpretare le sue poesie? In che modo le performance e gli spettacoli hanno influenzato la sua scrittura?

    Viviamo in un’epoca in cui la contaminazione artistica è fondamentale. Io guardo sempre con diffidenza l’arte che diventa intrattenimento, ma sicuramente apprezzo le espressioni artistiche che si fanno “sinestetiche”. Le mie due opere sono entrambe nate dalla lettura e dal raccoglimento della scrittura… ma hanno da subito vissuto il compromesso della nostra epoca: la poesia performativa. Non è un caso che musica, teatro o concept immaginali hanno contaminato la mia poesia sul nascere.

     

    Ci sono opere o autori specifici a cui fa riferimento frequentemente nelle sue poesie? Quali autori o movimenti poetici hanno influenzato la sua scrittura?

    C’è una poesia ne “La disciplina del tempo”, si chiama “Reading” che è un prendere le distanze dal mondo performativo, credo sia un brano molto significativo perché fa emergere anche alcune influenze importanti della letteratura poetica mondiale. Quel brano è un po’ una summa di nomi e personaggi messi in circolo per raccontare che la poesia è altro dall’intrattenimento. Alcuni autori sono però più presenti nella mia scrittura; penso ad esempio a Majakovskij a cui avevo già dedicato un racconto e una rappresentazione teatrale negli anni (“L.ju.B.”). Ma ce ne sono tanti. E spesso non sono neanche poeti.

     

    Come equilibra l’uso di riferimenti classici con la sua voce poetica personale?

    I riferimenti classici sono il pane quotidiano e il riferimento per antonomasia, nel senso che sono, secondo me, i primi mattoncini attraverso cui abbiamo conosciuto e compreso il mondo circostante e la nostra cultura. I miti, ad esempio, spiegano valori morali universali e hanno un ruolo didattico e simbolico.

    Ogni personaggio della mitologia incarna una virtù, un vizio, un valore o un disvalore facilmente comunicabile attraverso il suo esempio. Per questo ne faccio spesso uso e spesso sono ricorso a figure classiche (Calypso, Euridice, Asterio, Cadmo, ecc.), ad avvenimenti storici significativi (la presa di Costantinopoli da parte dei turchi o le invasioni barbariche ai tempi di Roma, ecc.) per lavorare con immagini e dare corpo alle mie parole. Altri mattoncini sono invece i personaggi e gli autori che prestano la loro voce nelle storie che intendo raccontare. La mia voce (poetica) è nell’io, intersezione di queste voci, e sintesi, spero originali, delle diverse suggestioni.

     

    Come seleziona le metafore e il simbolismo nelle sue opere?

    Mi lascio sopraffare dalle suggestioni, spesso fonetiche, altre volte concettuali. Ma non ci ragiono molto. Se mi viene un’immagine o un’associazione la lascio fare e scrivo. Quello che ne esce fuori a volte ha valore, altre volte è meno incisivo. Ma ogni sensazione, ogni emozione, ogni associazione merita una possibilità.

     

    C’è un significato particolare dietro alla scelta del termine “ordalia”?

    Anzitutto “ordàlia” con la pronuncia originale derivata dal tedesco Urteil, giudizio. E non nell’ascendenza postuma francofona che però (purtroppo) si è alla lunga maggiormente diffusa. Parliamo qui di una metafora oscura che racconta di orde barbariche che penetrano all’interno di un mondo quasi incantato (l’impero romano), ma destinato a esaurirsi.

    L’amore come l’Impero di cui rimane soltanto il senso, il vessillo, il tormento del ricordo non ancora elaborato. “Dove l’Impero non ha soluzione / e non c’è decadenza / né fine / né amore” [XVII]. L’Impero, il suo senso, il dono della sua forza e la bellezza della sua grandiosità che non trova soluzione nel suo estinguersi e non decade, come non decadde per la presa di Costantinopoli in quell’altra poesia che già ho citato.

    Rimane però un’immagine. Senza calore. Come dire: l’amore mantiene intatto il suo amare. Anche se è un amore iconoclastico ormai, il senso devoto per una reliquia. L’opera “Ordàlia” rappresenta una grande metafora per una storia che finisce, laddove il giudizio di Dio rimane l’unico capace di legiferare sulle macerie di senso, sebbene sia un giudizio dichiaratamente irrazionale (le ordalie medievali erano prove irrazionali per definizione). È un modo di giudicare, di valutare chi ha torto e chi ha ragione, antitetico al sistema giudiziario romano che era invece un sistema logico e codificato: eppure quella era la legge scritta dagli uomini che non può più nulla quando un incanto finisce.

     

    La sua nota sulla visione del Cattolicesimo aggiunge un contesto interessante. In che modo le sue riflessioni sulla religione influenzano la sua scrittura?

    Oltre al mondo classico, oltre al mondo letterario, molti riferimenti vengono presi dal Cattolicesimo e dalla vita e dagli esempi dei santi.

    Io ho molto rispetto dello spirito religioso, del legame che lega e che tiene unite le esperienze individuali. Credo che sia stata un’intuizione importante quella del Cattolicesimo nella mia scrittura. In quegli anni ho letto i testi sacri del Vecchio e del Nuovo Testamento, ho letto le encicliche papali e alcune opere patristiche per comprendere meglio il senso di quegli insegnamenti.

    Tra la scrittura di “Ordalia” e la scrittura de “La disciplina del tempo” (che non ha caso porta come sottotitolo la dicitura “Poesie, preghiere”) sono spesso stato in collegamento telefonico con un teologo con cui mi sono confrontato su vari aspetti. Ho scritto umanizzando molto i significati delle Scritture e spesso sono andato forse un po’ oltre come nell’esempio della poesia “Magnificat!” pensata come un delirio edipico di Cristo nei confronti della Vergine Maria (e quindi alla sovrapposizione con la figura della Maddalena), poesia che mi è valsa, e non scherzo, un’accusa di empietà, blasfemia e la richiesta formale di scomunica (nel 2023?!). È incredibile se si pensa a quanto invece la mia voce, nell’insieme delle due opere, sia estremamente rispettosa dei messaggi d’amore del Cattolicesimo (pensiamo alle poesie dedicate a Giovanni Evangelista o quella che riprende il “Cantico dei cantici”).

     

    Da dove ha tratto ispirazione per le raccolte “La disciplina del tempo” e “Ordalia”?

    Sono storie di vita quotidiana, esperienza di piccole cose, di storie, di amori, di situazioni e viaggi passati a setaccio degli anni.

     

    Qual è il suo processo creativo quando si siede per scrivere una nuova poesia?

    In poesia scrivo e basta. Quando mi sento di farlo. Taccuini, note al cellulare, eccetera. Sulla narrativa sono più ligio a un metodo, a una disciplina. La poesia è invece una voce più immediata.

     

    Ha rituali o abitudini specifiche che accompagnano il suo processo di scrittura?

    Direi di no. Sebbene molte poesie (penso ad esempio a “Calypso” o a “Esercizi spirituali”) parlino della bontà delle abitudini e dei rituali.

     

    Ci sono altri progetti poetici o collaborazioni in cantiere per il futuro? In che modo si vede crescere come poeta nei prossimi anni?

    È dal 2018 che non scrivo poesie. Far uscire le 64 liriche de “La disciplina del tempo” oggi significa per me testimoniare un periodo piuttosto fertile di creatività poetica che però non è venuto mai alla luce (se non attraverso le letture pubbliche, i reading e gli spettacoli). Non ho in progetto altre cose sotto questa forma. Piuttosto ho ripreso nella scrittura narrativa. Nel 2021 è uscito il mio secondo romanzo “Una messa in scena posticcia” (edito da Edizioni Efesto) e con tutta la calma del mondo sto scrivendo un sequel per questa storia. Poi mi piacerebbe riprendere alcuni vecchi progetti musicali perché l’incisione di “Per quel che vale” mi ha divertito davvero molto.

     

    Che consigli darebbe a giovani aspiranti poeti che cercano di trovare la propria voce?

    Nessun consiglio per carità. Io ho fatto soltanto quello che mi piaceva fare: leggere, ascoltare musica, innamorarmi della bellezza delle parole. Tutto il resto è venuto da sé. Grazie per l’intervista.

    Valerio Carbone

    Leggi anche la nostra recensione del libro Ordalia La disciplina del tempo

    Guarda questo aperivideo dello scrittore

     

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